venerdì 28 novembre 2014

Recensione: Uno, nessuno e centomila

Autore: Luigi Pirandello
Pagine: 192
Prezzo di copertina: 4.50 euro
Editore: Giunti

Trama:
A tutti è capitato di stupirsi nello scoprire come gli altri possano avere un'immagine di noi diversa dalla nostra, visto che noi sappiamo cosa c'è sotto la maschera e gli altri non vedono che questa, dal di fuori. Ma una simile scoperta per Vitangelo Moscarda, il protagonista di questo romanzo filosofico di Pirandello, è letteralmente esplosiva: l'io negato e il fallimento di ogni provocazione mirante a creare un confronto con gli altri su un piano più profondo delle forme, delle convenzioni e delle aspettative sociali, sboccano in un'accettazione volontaria della propria frammentarietà irriducibile e del proprio nascere e morire ogni istante, come è d'altra parte di ogni forma di vita nella natura.

Recensione:
Nel 1925 Uno, nessuno e centomila cominciò ad essere pubblicato a puntate su ''La fiera letteraria''. Da quel momento ne ha fatta di strada; è uno dei romanzi più famosi del Novecento italiano; è innegabile -dunque- che abbia qualcosa di speciale; questo libro filosofico e psicologico, intriso di umorismo e spirito riflessivo non può lasciare alcun lettore indifferente.
E' così irrimediabilmente reale; sì, 'reale' è la parola giusta. Non quotidiano, poiché l'uomo non si interroga ogni giorno sul chi è veramente. E nemmeno contemporaneo; ogni epoca, ogni periodo, ogni individuo si è da sempre posto domande sulla propria esistenza, non solo l'uomo moderno.
Invece reale implica una realtà indefinita della vita, nella quale ci si può riconoscere soltanto se si riflette e si pensa alla storia come un insieme di fatti reali, di cose pensate, di idee peculiari. Insomma, si deve prendere Uno, nessuno e centomila proprio come ci viene dato da Pirandello: un inarrestabile monologo che ricorda una lunghissima rappresentazione teatrale, dove il lettore è completamente coinvolto grazie al fatto che Vitangelo -il protagonista- gli si rivolge come se fosse la figura di un reale spettatore ma anche quella di un vero e proprio interlocutore.
La forma di monologo sotto la quale si presenta l'opera è dimostrata dalle presenza di oltre cinquecento punti interrogativi diffusi in tutto il testo. Il segno di punteggiatura del dubbio, per eccellenza. Quella strana forma che conclude una frase e se ne aspetta un'altra come risposta.
Ma in un romanzo chi può rispondere, se non il narratore stesso?
E così vediamo Moscarda come sdoppiato, nei suoi momenti di profonda riflessione. Si interroga sul chi è e sul perché lo è. E soprattutto sul modo in cui lo vede la gente.




Entra in un circolo vizioso nel momento in cui si accorge che il suo naso è storto -pende leggermente verso destra- e che soltanto lui non aveva notato questo piccolo grande difetto, così irrilevante eppure così inaspettatamente evidente, per il nostro Vitangelo.
Forse se il naso fosse stato l'unica cosa a non aver notato non sarebbe arrivato a tal punto da sembrar pazzo; ma la sua mente non è così generosa con lui..
Le prime pagine ci conducono verso una crisi dell'identità di cui vediamo l'evoluzione paragrafo dopo paragrafo. Questa situazione è una vera e propria trappola, che ha il potere di donare un carattere comico e tragico al contempo al punto da interrogarsi sul relativismo dell'individuo e sull'incoerenza apparente alla quale il ragionamento può portare.
Egli crede di essere uno, ma gli altri lo vedono ognuno a suo modo, non solo per ciò che riguarda il suo aspetto, ma anche per le caratteristiche della sua personalità: per la moglie è il caro e sciocco Gengé -che lo stesso protagonista vede come una figura scialba e impersonale, per la città di Richieri è uno sporco usuraio -etichettato in tal maniera per il lavoro del padre, ormai defunto- e per gli amici è il buon vecchio Moscarda.
Ma Vitangelo come vede la sua persona? E' la sua ricerca estenuante verso la conoscenza di se stesso che lo porta a perdere il suo equilibrio. Quando si rende conto di non poter ''vedersi vivere'' non sa più chi è realmente: le sue prove allo specchio sono vane; esso non riporta ciò che il protagonista vede ma l'immagine che è possibile intuire in quel momento di finzione, di posizione statuaria che mai -nella vita quotidiana- assumeresti spontaneamente.


Pirandello è capace di mandare in crisi il lettore stesso, ovviamente senza portarlo alla pazzia. Il protagonista non è il solo a chiedersi chi è sul serio: quello che lui sente di essere ma non è incapace di vedere o uno dei tanti che le persone intorno a lui vedono.
Non ci è data sapere la risposta forse perché in verità non esiste. La conclusione finisce in media res proprio come l'avvio.
La riflessione ti porta comunque pagina dopo pagina ad entrare nella testa di quest'inetto di uomo, che nella vita non si è mai realizzato ma che è cosciente di essere dotato di un alto grado di consapevolezza e della capacità di vedere da più lontano gli avvenimenti, in modo maggiormente distaccato.
Vitangelo non è certo l'unico uomo che si è interrogato su come gli altri lo vedono; basti pensare che noi possiamo sentirci brutti quando gli altri non lo pensano, possiamo crederci generosi nonostante ci sia un poveretto sulla strada a cui non regaliamo l'euro usato per il carrello della spesa. Quel mendicante non penserà certamente di noi che siamo così generosi quanto possiamo crederlo noi o l'amico che aiutiamo di fronte ad ogni sua difficoltà. E' tutto relativo! 

Così come noi non ci conosciamo affondo, così possiamo dire del resto delle nostre conoscenze. Conosciamo nostra madre soltanto dal punto di vista della figlia, non da quello dell'amica o di nostro padre. Allo stesso modo non potremo mai avere un quadro preciso del nostro professore dato che lo vediamo soltanto dietro alla cattedra, quando è costretto a giudicare e a dar voti. Non sarà sicuramente identico al padre che è in lui, affettuoso coi bimbi che lo aspettano a casa, tornato dal lavoro.

Che tutto ciò porti Moscarda alla pazzia l'abbiamo già detto. Ma che cos'è, effettivamente? E' un modo di percepire tutto con occhi esterni, guardando il mondo con uno sguardo contemplativo e fortemente distaccato. Una maniera di stare al mondo che non è per niente vista come negativa.
Nella nostra vita una riflessione simile non dovrebbe portare ad una situazione così drammatica; ci si può soltanto soffermare sul fatto che io sono davvero uno, nessuno e centomila nel contempo.

Consigliato a...
...chi è in cerca di una storia che apre gli occhi sulla persona e sull'universo pirandelliano in generale8


Voto:













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10 commenti:

  1. Complimenti per la recensione! :) Non è semplice scriverne per libri del genere (a me tutti i classici mandano sempre in crisi :) ),ma tu ci sei riuscita benissimo :)
    E non ho ancora letto questo libro, anche perché verso i classici italiani ho il rifiuto più totale (e questo mi è rimasto dalla scuola) ma mi hai incuriosito davvero tanto :)

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    1. Ma grazie, Siannalyn ♥ Apprezzo tantissimo le tue parole! Eh eh XD La scuola fa brutti scherzi :P

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  2. bello, io lo lessi ai tempi dell'università e mi fece riflettere molto! grande pirandello e brava tu per la tua recensione! ;)))

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    1. Grazie anche a te! E' vero ☻ Fa riflettere davvero tanto!

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  3. Aspettavo questa recensione!! Io l'ho letto all'inizio dell'anno e l'ho trovato molto profondo!

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    1. Uhh sono contenta che la aspettavi ♥ Sì, è profondo come libro! Tratta argomenti davvero particolari e in modo meraviglioso!

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  4. Un libro imperdibile, al liceo non c'eravamo arrivati col programma, ma ho recuperato al'università!!!

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    1. Eh eh! Io ho recuperato PRIMA di arrivarci col programma :3

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  5. Questo libro è davvero bellissimo proprio per la sua profondità!!!hai scritto una recensione stupenda!!!!^_^

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  6. Mi potresti dire il significato della foto dell'albero della vita che hai inserito nella recensione?

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