venerdì 21 luglio 2017

Recensione: 7 giorni

Titolo: 7 giorni
Autore: Pablo Cerini
Pagine: 199
Prezzo di copertina: 9,26  euro
Editore: self-published
 La vita li ha fatti arrivare stanchi al momento della verità, ma invece il destino li chiama ad essere pronti. In gioco c'è tutto. La carriera. L'amore. Il senso di tutti i giorni spesi fino ad ora. Come si è giunti a qui? Sono passati giorni. Sette, per la precisione, in cui tutto poteva essere ripensato e riscritto. Ma l'abitudine e la noia hanno avuto il sopravvento. E adesso è troppo tardi per il rewind. Siamo in tre sul bordo del precipizio. E uno di noi deve cadere. La città scorre fuori dal finestrino. C'è una storia d'amore, in fondo. Anche se parlare d'amore è esagerato. Forse, è sufficiente dire che c'è stato un incontro e due solitudini non hanno più avuto il coraggio di tornare a guardarsi indietro. Qualcun altro pagherà le conseguenze, tanto. Sì, e c'è della nostalgia. Per forza. Perché anche chi non è vissuto negli anni 90 sente la nostalgia per gli anni 90. Sono stati i peggiori di tutti. E i più felici di tutti. Chi ci è vissuto non riesce a dimenticarli. Chi è arrivato dopo cerca disperatamente simulazioni veritiere che lo rendano partecipe di quelle sensazioni esclusive e distruttive. E c'è anche il business. Perché quale storia non gira attorno ai soldi? Qui invece abbiamo l'annoiato mondo corporate che parla più con le posizioni del corpo che con il cervello. E le vendite vanno chiuse. Spostando il limite sempre più in là.  E c'è una visione. Che non interessa a nessuno ma che rimane la pietra angolare di tutto. La pietra su cui scivoleremo sfracellandoci. Perché il perdono arriva. Ma chiede il suo obolo da pagare.

Tre sono i personaggi che dominano la scena di “7 giorni”. Tutti indicati con le semplici lettere per fare in modo che il lettore possa trovare in P. quell'uomo intrappolato nella routine lavorativa dalla quale cerca di scappare, in F. il socio che ormai è amico da una vita e in L. ogni giovane donna che, grazie alla sua furbizia e al suo fascino, ha la meglio nell'ambito lavorativo. 
Ecco che Pablo Cerini ci racconta con amara ironia un intreccio di situazioni che nascono da un’esistenza sregolata, che sembra nascere da una non piena realizzazione di se stessi. In realtà non comprendiamo fino in fondo queste persone che cercano di riempire i vuoti che dominano le loro giornate perché l’autore ha scelto di non delinearli per un motivo: capire dei comportamenti che nascono da semplici pulsioni non è così facile dato che nemmeno coloro che li assumono hanno una ragione razionale per farlo. Quanto volte non comprendiamo gli atteggiamenti di una persona? Insomma, anche nella banalità della quotidianità ci troviamo davanti a piccoli incomprensibili dettagli. 
Se tre sono i protagonisti, sette invece sono i giorni che vengono presentati all'occhio attento del lettore. Possiamo comunque considerare la storia spezzata sostanzialmente in due parti; se all'inizio abbiamo un’azione pressoché nulla ed un andamento piuttosto lento, all'improvviso la noia si rompe e il racconto riprende il ritmo giusto per far sì che si rimanga intrappolati nel filo della narrazione. Il capo di questo breve filo, in quanto si tratta di un libricino che si conclude in poco tempo, è un colpo di scena costruito ad hoc.
L’umorismo è l’amalgama che tiene strette tra loro le pagine. Esso fa trasparire il duro giudizio dell’autore sulla nostra società, quella fatta di social network e comunicazioni che passano attraverso una rete virtuale che non è quella della parola che esce con spontaneità dalle nostre labbra.
Descrive un mondo in cui ci sono adolescenti troppo cresciuti, ormai intrappolati nel corpo di un uomo, che però ancora conservano quello sguardo strafottente ed i comportamenti di chi crede che nella vita bada solo al divertimento sfrenato, facendo sì che le proprie giornate si concludano all'alba. P. e F. sono troppo pigri per prendersi le responsabilità tipiche della loro età: la motivazione è pressoché inesistente e l’abitudine troppo radicata. 
E come palesare questo loro atteggiamento strafottente se non attraverso uno stile altrettanto crudo? Non ho mai apprezzato i romanzi che vedono le pagine stra-bordare di parole volgari perché ritengo che l’espressionismo si possa ottenere in altri modi. Ma l’autore mi ha sorpreso perché è riuscito a far combaciare linguaggio e storia con maestria, sebbene ritengo che a volte non era proprio indispensabile utilizzare parolacce. Però cos'è se non una questione di gusto?

Voto:

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