Never Say Book

giovedì 21 maggio 2020

Recensione: Storia di un corpo
maggio 21, 2020 4 Commenti

Tornata a casa dopo il funerale del padre, Lison si vede consegnare un pacco, un regalo post mortem del defunto genitore: è un curioso diario del corpo che lui ha tenuto dall’età di dodici anni fino agli ultimi giorni della sua vita. Al centro di queste pagine regna, con tutta la sua fisicità, il corpo dell’io narrante che ci accompagna nel mondo, facendocelo scoprire attraverso i sensi: la voce stridula della madre anaffettiva, l’odore dell’amata tata Violette, il sapore del caffè di cicoria degli anni di guerra, il profumo asprigno della merenda povera a base di pane e mosto d’uva. Giorno dopo giorno, con poche righe asciutte o ampie frasi a coprire svariate pagine, il narratore ci racconta un viaggio straordinario, il viaggio di una vita, con tutte le sue strepitose scoperte, con le sue grandezze e le sue miserie: orgasmi potenti come eruzioni vulcaniche e dolori brucianti, muscoli felici per una lunga camminata per Parigi e denti che fanno male, evacuazioni difficili e meravigliose avventure del sonno. Con la curiosità e la tenerezza del suo sguardo attento, con l’amore pudico con cui sempre osserva gli uomini, Pennac trova qui le parole giuste per raccontare la sola storia che ci fa davvero tutti uguali: grandiose e vulnerabili creature umane.
Affidare i propri pensieri alle pagine di quaderno a righe non è poi così raro, purtroppo ormai fuori moda ma c'è ancora qualche anima che sente la necessità di parlare ad un foglio bianco
Si riversano momenti che diventeranno nostalgici ricordi, fatti di cronaca che accompagnano la quotidianità e vediamo mutare i nostri rapporti con gli altri. Il nostro corpo però pare immutato; alla fin fine quello che importa è che la mano abbia la forza di impugnare la penna e tracciare fili di inchiostro. 
In Jorunal d'un corps invece il protagonista è proprio il corpo ed il tempo che lo trapassa facendogli assumere le gracilità di un bambino, le forme acerbe di un adolescente, quelle mature di uomo arrivando infine alla decadenza dell'anziano. 
Un diario scritto a cadenza irregolare nell'arco di settant'anni in quegli istanti in cui la fisicità sembra un ospite impertinente nella vita del padrone del corpo stesso.
Invece Pennac mostra che non siamo noi a possedere il nostro corpo ma viceversa. Ci condiziona e subisce i condizionamenti del nostro modo di essere. Ci dona l'energia di funzionare ma ci ostacola quando non risponde più a dovere. Asseconda le nostre emozioni ma ne può essere sopraffatto, tanto che non di rado una sensazione di pesantezza ci attanaglia il cuore. 
Capitolo dopo capitolo siamo accompagnati in un viaggio alla scoperta della mutevolezza del corpo. Verrebbe spontaneo pensare che la trattazione di un argomento tanto semplice possa cadere nella banalità, invece ti sorprendi del non esserti mai interrogato su quegli accadimenti che fanno parte di noi. 
Ed ecco che la nostra voce è descritta come la musica che fa il vento quando ci attraversa e al contempo lacrime ci depurano meglio dell'acqua del lago più limpido. 
Che poi fin quando il corpo non diventa il tuo fardello quasi non ti accorgi di averne uno; forse sarà questo il motivo per cui leggendo scoprivo me stessa. O più precisamente ciò che potrò essere.
Fin quando si parlava della curiosità di un bambino e della riscoperta del corpo durante l'adolescenza la lettura scorreva tranquilla; nel momento in cui il nostro protagonista è giunto all'età adulta un senso di angoscia ha cominciato ad invadermi.
Nella mia mente ha iniziato a prender forma un'opprimente immagine degli anni a venire. E dire che non sono mai stata ipocondriaca.
I pensieri più svariati hanno iniziato a pervadere la lettura: dovrò mai fronteggiare uno di quei nemici fatto di cellule che si riproducono troppo detti tumori? Quando la mia vitalità comincerà a spegnersi e le lunghe camminate non potranno più animare le giornate di sole? A che età i primi acciacchi della vecchiaia mi faranno vacillare
Insomma, il corpo cambia e ti costringe ad accettarti così come sei; da anziano probabilmente ti sentirai così stupido al pensiero che a quindici anni la preoccupazione più grande era avere un chilo di troppo. 
Non si scopre mai abbastanza su noi stessi e anche se sembra non ci sia nulla più nulla da scrivere oltre a manuali di anatomia e articoli scientifici vi assicuro che Pennac mi ha svelato che non c'è convinzione più sbagliata. Non bastano i tomi universitari per comprenderci, così come non è sufficiente analizzare l'anima senza soffermarsi sulle ripercussioni che essa ha sul corpo. 
Accompagnandoti nella vita di uomo senza nome, questo libro è adatto a tutti coloro che hanno un corpo -come afferma lo scrittore- e un'anima per poterlo osservare con occhi nuovi.
Uscito stamattina non abbastanza coperto. Il freddo mi è saltato addosso e mi è entrato dentro. Con il gran caldo provo la sensazione inversa. L’inverno ci invade, l’estate ci assorbe.
Passiamo la vita a confrontare i nostri corpi, In maniera furtiva, quasi vergognosa. A quindici anni, sulla spiaggia, studiavo i bicipiti e gli addominali dei ragazzi della mia età. A diciotto o vent’anni il gonfiore sotto il costume. A trenta, a quaranta, gli uomini paragonano i capelli (guai ai calvi!). A cinquant’anni la pancia (non metterla su), a sessanta, i denti (non perderli). 
È difficile capire cosa ci portano via, morendo, coloro che abbiamo amato. Lasciamo stare il nido degli affetti, la promessa dei sentimenti e le gioie della complicità, la morte ci priva della reciprocità, è vero, ma bene o male, la nostra memoria compensa.
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lunedì 18 maggio 2020

Monologhi che vale la pena leggere
maggio 18, 2020 7 Commenti
Le belle parole non sono sempre impresse nero su bianco sui libi che ci osservano posati sul comodino. A volte anche nascoste tra le battute di un film ci sono frasi che ci rimangono in testa perché hanno un significato che sentiamo nostro o comunque si fanno portatori di un messaggio universale. 
Il primo spezzone che voglio condividervi è un monologo tratto dalla serie televisiva degli anni '90 Dawson's Creek. Nella scena si vede Jen che registra un messaggio alla creatura che porta in grembo perché sa ce da lì a poco morirà. Porta l'insegnamento di una mamma che non potrà crescere la propria figlia ma tenta come può di lasciarle ciò che lei ha imparato dalla sua breve vita.
Ciao Amy, sono la mamma. Quando tu vedrai questo video, io purtroppo non ci sarò più e so che questo sarà molto penoso, penoso per entrambe. Così visto che non sarò in giro ad annoiarti continuamente, pensavo di darti una piccola lista delle cose che vorrei per te. 
La prima è ovvia: un'educazione, una famiglia, degli amici e una vita piena di cose inaspettate. Cerca di fare degli errori, fa molti errori, perché non c'è modo migliore per imparare e crescere. E voglio che tu passi parecchio tempo davanti al mare, perché il mare ti dà la spinta per sognare ed io desidero che tu, bambina mia, sia una sognatrice. Dio: non ho mai creduto molto in Dio, infatti ho sprecato molto tempo ed energie cercando di negare che Dio esistesse, ma mi auguro che tu sia capace di credere in Dio, perché la cosa a cui sono arrivata tesoro mio, è che non ha importanza se Dio esiste o no, l'importante per te è credere sempre in qualcosa Perché ti prometto che credere in qualcosa ti farà sentire protetta la notte ed io voglio che tu ti senta sempre al sicuro. E in ultimo l'amore: voglio che tu ami, senza paure né riserve, e quando troverai quell'amore, dovunque lui sia, chiunque tu scelga, non scappare via, ma non dargli neppure la caccia. Se tu sarai paziente, lui verrà da te, te lo prometto, e verrà quando meno te lo aspetti. E non avere paura, e ricorda sempre che amare, significa vivere.
Da Le ali della libertà è tratta la seguente riflessione di un Morgan Freeman che interpreta Red, un carcerato che ha commesso un grave crimine da giovane ma non nasconde il rimorso del suo gesto ma ci convive da decenni. Mostra non solo una gran fame di vita ma anche di libertà.
"O fai di tutto per vivere, o fai di tutto per morire". Io ho scelto di vivere. E per la seconda volta in vita mia ho commesso un crimine: ho violato la libertà condizionata. Non credo che metteranno dei posti di blocco per questo, non per un vecchio come me. Sono così eccitato che non riesco a stare seduto, né a concentrarmi su qualcosa. Credo sia l'emozione che solo un uomo libero può provare. Un uomo libero all'inizio di un lungo viaggio la cui conclusione è incerta. Spero di farcela ad attraversare il confine. Spero di incontrare il mio amico e stringergli la mano. Spero che il Pacifico sia azzurro come nei miei sogni. Spero.
Del famoso American Beauty del 1999 lascio una parte che a qualcuno potrà sembrare insignificante ed invece ha il sapore di una vita intera, riassunta da momenti che sembravano quasi insignificanti nel momento in cui venivano vissuti ed invece, come tutte le piccole cose, si riscoprono come ciò che vale davvero la pena. Un tuffo nei ricordi insomma. 
Ho sempre saputo che ti passa davanti agli occhi tutta la vita nell'istante prima di morire. Prima di tutto, quell'istante non è affatto un istante: si allunga, per sempre, come un oceano di tempo. Per me, fu… lo starmene sdraiato al campeggio dei boy scout a guardare le stelle cadenti; le foglie gialle, degli aceri che fiancheggiavano la nostra strada; le mani di mia nonna, e come la sua pelle sembrava di carta. Potrei essere piuttosto incazzato per quello che mi è successo, ma è difficile restare arrabbiati quando c’è tanta bellezza nel mondo. A volte è come se la vedessi tutta insieme, ed è troppa. Il cuore mi si riempie come un palloncino che sta per scoppiare. E poi mi ricordo di rilassarmi e smetto di cercare di tenermela stretta. E dopo scorre attraverso me come pioggia, e io non posso provare altro che gratitudine, per ogni singolo momento della mia stupida, piccola, vita. Non avete la minima idea di cosa sto parlando, ne sono sicuro, ma non preoccupatevi: un giorno l’avrete
Benché sono certa che tutti, al citare L'attimo fuggente, abbiano ben chiara di un Robin Williams che immedesima i panni di un professore vestito di tutto punto in piedi su una cattedra, vorrei comunque concludere lasciandovi una citazione che ben si appresta a descrivere il perché la lettura e la scrittura facciano parte di noi. 
Non scriviamo e leggiamo poesie perché è carino. Noi leggiamo e scriviamo poesie perché siamo membri della razza umana, e la razza umana è piena di passione. Medicina, legge, economia, ingegneria sono nobili professioni, necessarie al nostro sostentamento. Ma la poesia, la bellezza, il romanticismo, l’amore… sono queste le cose che ti tengono in vita. 
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martedì 21 aprile 2020

Recensione: The Hospital by the river
aprile 21, 2020 4 Commenti

Catherine e Reg Hamlin lasciarono l'Australia nel 1959 a seguito di un contratto di breve durata firmato con una scuola ostetricia in Etiopia. Più di 40 anni dopo, Catherine è ancora lì, a dirigere uno dei programmi medici più sorprendenti al mondo. Grazie a questo impiego, migliaia di donne hanno potuto ricominciare la loro vita normale dopo aver vissuto per anni come emarginate.
Catherine e Reg hanno operato con successo più di 20 mila donne e l'Addis Ababa Fistula Hospital, l'ospedale che aprirono nel 1975, è diventato uno tra i maggiori istituti di insegnamento per i chirurghi dall'intera Etiopia e per il mondo in via di sviluppo. Dopo la morte di Reg, Catherine ha continuato il loro operato e fu nominata per il Premio Nobel per la Pace nel 1999. (Tradotto da me)
Questa è una storia di trasformazione nella quale il lettore è accompagnato per mano in un mondo che non gli appartiene. Cominci a leggere le prime pagine incapace di trovarti tra la desolazione e la tristezza di un Paese che è rimasto indietro, ad una mentalità che poco gli si addice, contornata da condizioni sanitarie lontane dalla sua normalità. Però passano gli anni e, così come Catherine sente sempre più sua una Nazione come l'Etiopia, ecco che cominci ad "abitare" il libro, quasi fossi il vicino di casa di questa dottoressa che ogni mattina vedi allontanarsi per andare a svolgere il suo lavoro. O meglio la sua missione. 
Infatti chi cambia davvero in questa storia di speranza non è certamente il lettore ma la condizione delle donne in Etiopia. La loro disperazione si trasforma in speranza. La tristezza in gioia. La vergogna in dignità. E soprattutto le lacrime che solcavano loro il volto all'arrivo nell'ospedale per una sofferenza accumulata negli anni che mutano in sorrisi.
I coniugi Hamlin narrano il tutto senza premere eccessivamente sul lato emotivo della narrazione ma, benché sia perlopiù un diario di vita, emergono con tratto deciso le vicende delle donne bisognose di cure. Diventa perciò impossibile non rimanere toccati dalle loro storie, così diverse ma nel contempo tutte simili nella disgrazia di una gravidanza difficile.
Giovani donne etiopi vanno incontro a parti traumatici che vanno avanti per giorni e giorni a causa della mancanza di assistenza sanitaria.
Un lungo travaglio comporta varie complicazioni, principalmente fistole che portano a gravi conseguenze sull'integrità della vescica. Segnate da una società sottosviluppata, ragazze ancora ventenni si vedono sbattere la porta in faccia dalla famiglia, umiliate dal villaggio per le continue perdite maleodoranti e a portare il doloroso peso di aver perso il bimbo durante il parto.
Crescono con lo sguardo stanco e il corpo ormai segnato; partono con una forza racimolata a stenti verso l'Addis Ababa Fistula Hospital e vi giungono stremate, disposte a subire più di un'operazione per recuperare un briciolo di dignità lacerata.
Animata da un forte credo cristiano, Elinor Catherine Hamlin ha creduto fortemente nel suo compito di ginecologa e ostetrica in un Paese a cui lei poteva donare molto. 
Ogni tanto imbattersi in un racconto di una persona animata da buoni sentimenti e tanta motivazione fa bene al cuore: ci permette di non perdere completamente la fiducia nell'animo gentile delle persone, che a volta vacilla pericolosamente in una società in cui sembra esistere solo il pronome "io".
The hospital is quiet and clean, set amongst flowers. People treat her with kindness. She is bathed and experiences the strange luxury of a soft bed with clean sheets. And the miracle she has hardly dared to believe in happens. After a time she returns home, cured, to begin life anew.
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sabato 18 aprile 2020

Storie di gentilezza
aprile 18, 2020 2 Commenti
Dietro quello che leggerete c'è tutto e niente. C'è il concetto di una gentilezza che oggigiorno non sono certamente i libri a mostrarci bensì tutti coloro che nel concreto sono in prima linea per gestire una situazione che tempra la loro forza: personale sanitario che sta vedendo più sofferenza di quanta normalmente deve fronteggiare, commessi che con una misera mascherina chirurgica devono comunque stare a contatto con la gente, volontari di ogni tipo... chi costruisce strutture, chi si reinventa per dare una mano e tanti altri che silenziosamente aiutano per combattere un nemico con cui dobbiamo convivere. C'è un grazie nascosto tra le righe di un articolo che comunque resta tra noi lettori, non rivolto a nessuno in particolare ma al contempo a ognuno di voi. C'è la speranza che le cose migliorino anche se il futuro di quel "andrà tutto bene" è ancora molto lontano. 
E poi c'è il fatto che bisogna comunque andare avanti con la propria quotidianità, dunque anche questo angolino non deve tacere: si continua a parlare di libri. 
Oggi appunto rimaniamo sul tema gentilezza; vi presento dei volumi che inquadrano questo modo di essere che silenziosamente fa bene al mondo. 
Comincio col presentarvi dei titoli di saggistica di cui ho letto diversi pareri ma che purtroppo non ho avuto il piacere di leggere: sono stati scoperti man mano che facevo ricerche anche perché nemmeno immaginavo la vastità di libri da cui attingere in tema gentilezza.

L'egoismo inutile inizia con un discorso che l'autore americano fece nel 2013 ai neolaureati della Syracuse University. A seguire, un breve saggio sul mondo contemporaneo chiamato L'uomo col megafono ed un'intervista allo scrittore.
A dire il vero un estratto delle parole che quel maggio del 2013 Saunders riservò a quei giovani che avevano appena ottenuto la laurea lo potete leggere anche qui. Sono rimasta colpita da quanto affermazioni così semplici e banali possano avere un forte impatto: esorta a coltivare il proprio aspetto più profondamente umano e a mettere da parte tutti quegli ostacoli che in ogni modo non vogliono farci essere gentili.
Quando mi guardo indietro vedo che ho passato gran parte della vita offuscato da cose che mi spingevano ad accantonare la gentilezza. Come l’Ansia. la Paura. L’insicurezza. L’Ambizione. La convinzione sbagliata che il successo mi avrebbe liberato da tutta quell’ansia, paura, insicurezza e ambizione. La convinzione che solo se fossi riuscito ad accumulare – successi, soldi, fama a sufficienza – le mie nevrosi sarebbero sparite.
Ci sono luoghi al mondo dove più che le regole è importante la gentilezza si configura invece una sorta di diario delle avventure di un fisico teorico che crede nell'impegno civile e nella necessità di una divulgazione scientifica fatta in maniera consapevole.
Carlo Rovelli si racconta come un sognatore benché la sua non sia certamente una formazione filosofica, come un uomo che “sogna un mondo in cui, più delle regole, conta la gentilezza”.
Una scienza che chiude le orecchie alla filosofia appassisce per superficialità; una filosofia che non presta attenzione al sapere scientifico del suo tempo è ottusa e sterile. Tradisce la sua stessa radice profonda, quella della sua etimologia: amore per il sapere.
Elogio della gentilezza è un libro scritto a quattro mani, da uno psicanalista e da una storica. Insieme esplorano il concetto di gentilezza seguendolo epoca dopo epoca, dall'antica Grecia fino ai giorni nostri.
Si configura come un elogio a questa capacità di ascoltare con empatia, facendo proprie le difficoltà altrui, il tutto accompagnato da altruismo e amore per il prossimo. 
Kindness—that is, the ability to bear the vulnerability of others, and therefore of oneself—has become a sign of weakness (except of course among saintly people, in whom it is a sign of their exceptionality).

Questo articolo è nato prendendo spunto dallo slogan Il tempo della gentilezza, portato avanti dalla Croce Rossa Italiana in questo momento di emergenza; nel caso voleste sostenere l'associazione vi lascio qui la pagina dedicata. 
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lunedì 6 aprile 2020

Recensione: Ogni storia è una storia d'amore
aprile 06, 2020 12 Commenti

L’amore salva? Quante volte ce lo siamo chiesti, avvertendo al tempo stesso l’urgenza della domanda e la difficoltà di dare una risposta definitiva? Ed è proprio l’interrogativo fondante che Alessandro D’Avenia si pone in apertura di queste pagine, invitandoci a incamminarci con lui alla ricerca di risposte. In questo libro straordinario incontriamo anzitutto una serie di donne, accomunate dal fatto di essere state compagne di vita di grandi artisti: muse, specchi della loro inquietudine e spesso scrittrici, pittrici e scultrici loro stesse, argini all’istinto di autodistruzione, devote assistenti, o invece avversarie, anime inquiete incapaci di trovare pace. Ascoltiamo la frustrazione di Fanny, che Keats magnificava in versi ma con la quale non seppe condividere nemmeno un giorno di quotidianità, ci commuove la caparbietà di Tess Gallagher, poetessa che di Raymond Carver amava tutto e riuscì a portare un po’ di lucenei giorni della sua malattia, ci sconvolge la disperazione di Jeanne Modigliani, ammiriamo i segreti e amorevoli interventi di Alma Hitchcock, condividiamo l’energia quieta e solida di Edith Tolkien. Alessandro D’Avenia cerca di dipanare il gomitolo di tante diversissime storie d’amore, e di intrecciare il filo narrativo che le unisce, in un ordito ricco e cangiante. Per farlo, come un filomito, un “filosofo del mito”, si rivolge all’archetipo di ogni storia d’amore: Euridice e Orfeo. Un mito che svolge la sua funzione di filo (e in greco antico per indicare “filo” e “racconto” si usavano due parole molto simili, mitos e mythos) perché contempla tutte le tappe di una storia d’amore, tra i due poli opposti del disamore (l’egoismo del poeta che alla donna preferisce il proprio canto) e dell’amore stesso (il sacrificio di sé in nome dell’altro).

Un saggio in cui il grande protagonista è il sentimento che anima ogni nostra giornata: l'amore perché -citando il titolo stesso- ogni storia è una storia d'amore. Nessuno può pensare a se stesso come senza alcun legame con coloro che arricchiscono le sue giornate in quanto siamo fragili destini con una storia che non sarebbe la stessa se non fosse per la presenza dell'altro. 
Benché il nome sembri alludere ad un « E vissero felici e contenti » in realtà D'Avenia si sofferma su due concetti agli antipodi: amore e disamore
L'amore è l'ultimo viaggio di Julio e sua moglie Carol, entrambi gravemente malati, che decidono di affrontare quello che sanno sarà il loro ultimo viaggio assieme. Trentatré meravigliosi giorni alla fine dei quali esclameranno nostalgicamente «Quant'è durato poco il viaggio!». Volevano fermare il tempo che la vita stava strappando loro: percorrono l'autostrada fermandosi ad ogni piazza di sosta, ribaltando il concetto di strada stessa, che non andrebbe vissuta ma solo attraversata per arrivare a destinazione. Un gioco di ruolo con due soli giocatori che amano la presenza dell'altro. 
Il disamore è la storia del poeta e pittore Rossetti che non amava la sua donna ma solamente le parole che le aveva dedicato perché erano sue. Prosciugò l'anima della sua Lizzie, quasi che tutto l'amore che falsamente traspariva dalle sue poesie venisse sottratto a lei per essere assorbito dalla carta. 
Incapace di sopportare quel vuoto che le stava creando dentro lei si suicidò e lui, tra i suoi capelli rossi seppellì il suo libretto di poesie. Sepolto dai debiti, anni dopo decise di riaprire la lapide e riprenderselo per vendere i suoi componimenti: ripugnante come la sua capacità di provare amore. 
Lunghe riflessioni si diramano tra la folta chioma di contenuti; davanti al lettore si spalanca un universo di interpretazioni della parola amore così da lasciarlo sconvolto dall'evidenza che non tutti desiderano e sanno voler bene. Che vi sono grandi artisti tanto bravi con le parole quanto incapaci di guardare una donna con lo sguardo perso di un innamorato. Che vi sono "storie d'amore" che profumano di disprezzo appartenenti a uomini insospettabili.
Lo scrittore ci accompagna in questa camminata tra le vite di famosi artisti, svelandoci un lato che non traspare dai testi scolastici con l'intento di rispondere al grande interrogativo «L'amore ci salva?» accompagnato alla consapevolezza che siamo e diventiamo le storie che sappiamo ricordare e raccontare a noi stessi.
La parola è nata con il dolore per ciò che perdiamo o ciò che manca. La parola è nata con l'amore per ciò che non vogliamo perdere e non vogliamo ci manchi. 
Il prezzo da pagare per la nostra salvezza è il rischio, perché niente ci fa correre il pericolo di smarrirci come l'amore: da giovani perché temiamo di non trovarlo o di perderlo, da adulti perché temiamo di stancarci, di perderlo strada facendo come un'illusione di gioventù.  
Dagli amori che tolgono libertà si dipende, e le dipendenze sono distruttive. Sono invece i legami veri che liberano: come un corda che ci permette di scalare una parete.
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lunedì 30 marzo 2020

Recensione: L'insostenibile leggerezza dell'essere
marzo 30, 2020 15 Commenti

Protetto da un titolo enigmatico, che si imprime nella memoria come una frase musicale, questo romanzo obbedisce fedelmente al precetto di Hermann Broch: «Scoprire ciò che solo un romanzo permette di scoprire». Questa scoperta romanzesca non si limita all'evocazione di alcuni personaggi e delle loro complicate storie d’amore, anche se qui Tomáš, Teresa, Sabina, Franz esistono per noi subito, dopo pochi tocchi, con una concretezza irriducibile e quasi dolorosa. Dare vita a un personaggio significa per Kundera «andare sino in fondo a certe situazioni, a certi motivi, magari a certe parole, che sono la materia stessa di cui è fatto». Entra allora in scena un ulteriore personaggio: l’autore.
Il suo volto è in ombra, al centro del quadrilatero amoroso formato dai protagonisti del romanzo: e quei quattro vertici cambiano continuamente le loro posizioni intorno a lui, allontanati e riuniti dal caso e dalle persecuzioni della storia, oscillanti fra un libertinismo freddo e quella specie di compassione che è «la capacità massima di immaginazione affettiva, l’arte della telepatia, delle emozioni».
Einmal ist keinmal. Una volta e mai. Se l'uomo vive una sola volta, è come se non avesse mai vissuto. Questo proverbio tedesco fa da perno alla narrazione tanto da essere ripreso numerose volte durante la stessa; è un concetto incarnato dai personaggi che animano questa storia, la quale si presenta come un romanzo animato da riflessioni storico-filosofiche
L'insostenibile leggerezza dell'essere pare una poesia impressa sul dorso del volume tanto da essere stato il motivo che mi ha fatto avvicinare all'opera, ma è molto di più. Difatti lo stesso titolo è la punta dell'iceberg di un pensiero articolato e profondo che prende forma man mano che i personaggi semplicemente vivono nella loro normalità.
Il nome del romanzo è la spiegazione del proverbio tedesco applicato alla nostra vita, la quale è unica così come tutte le sfide che dobbiamo affrontare durante essa. Davanti ad ogni bivio scegliamo tra due strade ma non abbiamo modo di comprendere quale sia la migliore perché non le abbiamo mai percorse.
«Qual è il mio posto in questo mondo?», «Perché accadono disgrazie immeritate?» e «Dove sarei ora se avessi cambiato rotta?». Ad interrogativi di questo tipo non possiamo rispondere perché bisognerebbe vivere infinite vite e comprenderle fino in fondo per esplorare tutte le possibilità che si aprono davanti a ciascuna scelta. 
Ci troviamo davanti al paradosso di una leggerezza insostenibile. Leggerezza in quanto ogni istante scegliamo senza accorgerne così da indirizzare la nostra esistenza in una direzione precisa. Insostenibile perché in seguito ci si sorprende a cercare insistentemente un motivo per l'accaduto ma la mancanza di una risposta risulta sfiancante. 
Quello di Kundera è un pessimismo ricercato che ben descrive ciò che sta alla base della cosiddetta crisi esistenziale, nella quale la convinzione di non poter rimediare ai propri errori porta un senso di profondo mancamento nell'individuo. 
D'altra parte ritengo che ciò non debba essere esteso alla quotidianità in maniera radicale. E' vero che diventiamo chi siamo per un'infinita e imprevedibile serie di prime volte ma ritornare sui propri passi  non è impossibile bensì necessario: non si può cancellare una strada già percorsa ma si può scegliere dove andare da lì in avanti. 
Sullo sfondo di una Praga degli Anni '60 si muovono cinque protagonisti, le cui esistenze sono segnate dall'occupazione sovietica, dal comunismo, dalla censura e dalle vittime di un periodo storico di velato terrore. 
Tereza si fa amare con le sue insicurezze e il suo bisogno di essere amata. Tomáŝ è l'incarnazione del Einmal ist keinmal: costantemente alla ricerca di giustificazioni per quello che gli accade senza mai cercare di prendere la situazione in mano; così eccolo a maltrattare l'amore tramite una serie infinita di tradimenti. Il cagnolino Karenin tende la zampa in segno di supporto alla nostra Tereza facendosi portatore di un sentimento disinteressato. 
Sabina e Franz sono invece l'emblema della coppia nella quale regna l'incomunicabilità: una relazione nata perché si è attratti dall'opposto di ciò che si è e andata in frantumi per il medesimo motivo. 
L'insostenibile leggerezza dell'essere dà più spazio al pensiero che Tereza, Tomáŝ e gli altri incarnano piuttosto che alla loro vita. Così mi sono ritrovata ad apprezzare il Kundera che emerge come narratore onnisciente con interventi che delineano il mondo come determinato dalla sorprendente casualità delle coincidenze.
Non potremo mai stabilire con certezza fino a che punto i nostri rapporti con gli altri sono il risultato dei nostri sentimenti, del nostro amore, del nostro non-amore, della nostra bontà o del nostro rancore e fino a che punto sono condizionati dal rapporto di forze tra gli individui. 
Tutti noi consideriamo impensabile che l’amore della nostra vita possa essere qualcosa di leggero, qualcosa che non ha peso, riteniamo che il nostro amore sia qualcosa che doveva necessariamente essere; che senza di esso la nostra vita non sarebbe stata la nostra vita.
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giovedì 26 marzo 2020

Playlist: leggere con la musica
marzo 26, 2020 22 Commenti
L'amore per i libri ci unisce tutti, su questo non ci sono dubbi. Ogni lettore però ha i suoi piccoli rituali, qualcosa che accompagna il procedere delle pagine pian piano che la storia entra nella nostra mente. Tra questi dettagli rientra anche l'atmosfera che preferiamo ci avvolga, un po' come nel caso dello studio: ci sono coloro che non si distrarrebbero nemmeno in mezzo ad un rumoroso cantiere, chi ha bisogno di un sottofondo perché il silenzio gli risulta assordante e i meno fortunati che devono essere assolutamente lontani da ogni fonte di distrazione, sia essa materiale o sonora
Personalmente se nello studio un po' di musica mi aiuta a concentrarmi, nella lettura non ho una posizione ben precisa, dipende dal romanzo che ho sottomano: ci sono storie che l'atmosfera giusta la creano direttamente nella tua testa. Con questo breve post vi presento 3 playlist per una sessione di lettura, adatte a diverse esigenze tranne ovviamente a coloro che vogliono assoluto silenzio. 

La prima playlist che ho creato per voi è formata da dieci canzoni dai toni rilassati, le cui parole non interferiscono con la lettura perché pronunciate con calma, quasi sussurrate. Da mettere con un volume basso mentre si assapora una di quelle storie che fanno sognare. I titoli scelti sono i seguenti:
• Daydream beliver, Mary Beth Maziarz
• Human, Christina Perri
• Asleep, The Smiths
• Mystery of Love, Sufjan Stevens
• Take this waltz, Leonard Cohen
• Goodbye Kiss, Lana Del Rey
• New York and Back, Leanne and Naara
• Fidelity, Regina Spektor
• Love Love Love, Of Monsters And Men
• The Oh Hello's, Hello My Old Heart
Si tratta dunque di un mix di canzoni, alcune già datate come un classico del cantautore folk Leonard Cohen e la Daydream believer, di cui ho scelto una versione più delicata rispetto all'originale eseguita dai The Monkees. Tra le altre una tratta dalla colonna sonora di Chiamami col tuo nome e titoli più recenti ma meno noti ma non per questo meno adatti, come Fidelity e Hello My Old Heart.
Playlist - Music
Per i lettori che si distraggono per la presenza delle parole ho selezionato una colonna sonora fatta di sola melodia. Cinque sono quelle contenute nella playlist proposta, tra cui compaiono tracce inserite in trasposizioni cinematografiche note ai più, come possono essere Vita di Pi, La teoria del tutto e Come l'acqua per gli elefanti. L'ultima dell'elenco è l'orecchiabile Into the Uknown tratta dal secondo film di Frozen
Playlist - Nature
Non tutti hanno la fortuna di poter godere dei suoni del proprio giardino per schiarirsi i pensieri ma possono comunque ricreare l'atmosfera della natura. Soprattutto in un momento delicato come quello che stiamo attraversando in cui è giusto restare entro i limiti della propria abitazione, potrebbe essere un'idea diversa quella di sbloccare il proprio smartphone, cliccare sul link e godersi un'oretta immersi in una foresta. Sicuramente non sarà la stessa cosa dell'essere immersi tra gli alberi dai mille rumori ma proviamo a prendere un buon libro ed entrare in questo mondo virtuale

Ditemi che lettori siete e quale tra queste playlist meglio vi si addice. Vi trovate meglio immersi nel silenzio, nella musica oppure non vi dispiacerebbe il cinguettio degli uccelli come sottofondo? 
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